Amici del BAC

Il Teatro Margherita per molti anni lasciato al suo degrado per poi beneficiare di un restauro strutturale e circostanziato ai soli prospetti, per la prima volta vede coinvolti soggetti pubblici e privati che si ripropongono di valorizzare questa struttura.
In che modo? Per la prima volta prende corpo la sigla Bac - Bari Arte Contemporanea che si ripromette di valorizzare le risorse artistiche locali ed italiane.
A mio avviso l’iniziativa è interessante e fa bene sperare per un’evoluzione culturale della cittadina barese ed in particolar modo del suo cuore economico.
Andrea
Facebook: http://www.facebook.com/pages/Amici-del-BAC/303653389694825
Repubblica:http://bari.repubblica.it/cronaca/2012/03/13/news/arte_contemporanea_al_margherita_nato_il_gruppo_amici_del_bac-31453982/
The Woman in Black

Titolo: The woman in black
Regia: James watkins
Cast: Daniel Radcliffe
Paese: Canada, Inghilterra
Durata: 95 min
Genere: Horror
Nella Londra di fine novecento, un Daniel Radcliffe, padre e vedovo, avrà la sua ultima possibilità di mantenere il lavoro nello studio legale in cui è impiegato. Il compito del barbuto giovanotto sarà quello di documentarsi su di una proprietà, una vecchia casa padronale, e cercare di venderla nel più breve tempo possibile.
Il personaggio interpretato da Daniel è straziato dal dolore per la perdita della moglie, venuta a mancare durante la nascita del figlio, e questa grave perdita è abbondantemente sottolineata da ricordi e flashback ricorrenti.

In un quadro cupo ed infelice, le vicende prendono corpo all’interno di una piccola comunità fuori Londra conosciuta per la presenza di un fanciullo per infisso. Cosa vuol dire? Ogni porta, finestra, lucernaio è immancabilmente corredato da un bambino/a che con sguardo perso e faccia anemica osserva gli spostamenti del nostro amato Harry… pardon, Arthur.

E’ lamapante che questi bimbi hanno un ruolo importante nella storia, ruolo che però ci verrà svelato solo verso la metà della pellicola, che per i primi trentacinque minuti è costituita da primi piani del faccione di Radcliffe, immancabilmente sgomento, e che negli ultimi quaranta minuti ci regala momenti di angoscia e puro nervosismo.

Il film non è originale come trama (Village of the Damned, The Orphanage, Nightmare on Elm Street), non entusiasma per la recitazione di nessuno in particolare ma spaventa sempre e comunque.
La tecnica utilizzata dal regista è semplice ed efficace: non fa vedere sovente chi porta scompiglio nel villaggio, studia delle scene che in cuor tuo sai che sono strutturate in un certo modo ma che riescono a far fibrillare i ventricoli e pone la storia in chiave tanto grottesca quanto terrorifica.
Le uniche confessioni che posso fare al momento sono: si, è un film su fantasmi; si, fa davvero paura; si, è a lieto fine… in qualche modo.
Andrea
Super 8

Titolo: Super 8
Regia:J.J. Abrams
Cast:Kyle Chandler, Elle Fanning (sorella di Dakota,ndr), Joel Courtney
Genere:Fantascienza
Paese:Usa
Durata:112 min
Un’estate trascorsa ad assillare lo spettatore, una campagna pubblicitaria degna dell’ultimo dispositivo di casa Nokia ed il risultato di questa poderosa campagna mediatica è un misto fra i Goonies, Crazies edE.T.

Super 8 prende il nome dall’omonimo sistema di registrazione di immagini che veniva utilizzato alcune decadi orsono e che si basava sull’impiego di una pellicola ad 8 mm. Ma lo spettatore cosa si deve aspettare? Un corso di regia?
Come vi ho ricordat, il trailer del film ci proponeva in modo ossessivo- compulsivo la scena di un treno che deragliava con al suo interno qualcosa di potenzialmente pericoloso. Il grado di pericolosità e cosa effettivamente trasportasse il treno non ci era dato saperlo, ebbene … non posso (?) dirvelo ma vi voglio aiutare: il produttore di questa indimenticabile porcheria è Spielberg quindi…
Da quanto avrete capito, il film non mi è particolarmente piaciuto, questo perché la storia, sebbene riesca concretamente ad incuriosire… non fa altro. Il taglio registico è tecnicamente ineccepibile, la recitazione nel suo complesso è all’altezza, il comparto pirotecnico ben orchestrato ma manca l’originalità, la realisticità delle situazioni ed un finale degno di questo nome.
Gli amanti della fantascienza apprezzeranno lo sforzo fatto, ma oggettivamente questo film non vale i sette euro che venivano chiesti nel momento in cui uscì la pellicola.
Andrea
Le locataire chimérique

Titolo originale: Le locataire chimérique
Titolo italiano: L’inquilino del terzo piano
Scrittore: Roland Topor
Numero di pagine:159
Prezzo: 7 euro
A chi non è mai capitato di aprire la porta e dover dare spiegazione al vicino del volume dello stereo troppo alto, della televisione troppo rumorosa o del figlio/ fratellino che cammina a piedi scalzi?
Le relazioni fra vicini possono riassumersi in due stati di fatto: rispetto-amicizia od odio-indifferenza. La cosa che ci rassicura in entrambi i casi è il fatto di poter disporre di una zona franca o neutrale cioè la propria casa.
Ma se il vicinato cospirasse contro di voi e il barista di fronte al vostro alloggio cercasse di trasformarvi ?
Il libro che quest’oggi vi consiglio è “L’inquilino del terzo piano” di Roland Topor, da cui è stato tratto l’omonimo film diretto ed interpretato nel 1976 da Roman Polanski.

Lo scrittore, adottando uno stile scarno e lineare, riesce in modo conciso a descrivere la psicosi del protagonista Trelkovsky, che dalla sua posizione di inquilino all’interno di uno stabile signorile di Parigi, deve subire ogni sorta di angheria ed umiliazione da parte di un vicinato che tutto sa e tutto può.
La vicenda si tinge di trame fosche fin da subito e lascia molto spazio alla fantasia di ogni singolo lettore.
La persecuzione del protagonista è efferata e senza tregua, tanto invasiva da modificare lo stile di vita del malcapitato che man mano che le pagine scorrono perde la sua fredda ed esatta logica da impiegato.

Ritrovamenti inquietanti,strane presenze ed il suicidio di una ragazza venano la vicenda con fili di puro terrore.
Andrea
Frase:
“L’avevano preparato per il sacrificio!
Aveva cercato di sfuggire e loro controattaccavano. Arrivando all’aggressione pura e semplice.Volente o nolente doveva trasformarsi. Non gli lasciavano scelta”
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Grazie
La redazione
Sherlock Holmes: Gioco di Ombre

Titolo:Sherlock Holemes: A game of shadows
Regia:Guy Ritchie
Cast:Robert Downey Jr, Jude Law, Noomi Rapace
Genere:Azione
Durata:129 min
Paese:Usa
E’ iniziato il periodo natalizio ed insieme alle mangiate luculliane ed alle battutine ammiccanti dello zio brillo di turno dal cilindro sono spuntati anche i film di Natale. Non parlo dell’immancabile “Una poltrona per due” o del “Fratello di Babbo Natale”, che per quanto siano nauseabondi almeno non ci vengono a costare 7.50 euro, ma della lista delle pellicole che dovrebbero rallegrarci(?) durante questo lasso di tempo.
Se la comicità spiccia di De Sica ha stancato, una proposta interessante potrebbe essere quella di allontanarsi dal tavolo dei dolci per adagiare il proprio sedere in adulazione di Robert Downey Jr, Jude Law e Noomi Rapace (Uomini che odiano le donne) che prendono parte al lungometraggio Sherlock Holmes: Gioco di Ombre.
Il più celebre detective inglese ritorna nell’ennesima pellicola diretta da Guy Ritchie e, come il regista ci ha abituato, porta con sè l’uso esagerato di scene d’azione e di lotta .
Consapevoli del fatto che Sherlock non sia meditabondo ma molto più portato all’azione e alla boxe , il suo personaggio riprende le movenze che avevamo lasciato nella prima pellicola (Sherlock Holmes) e mette a dura prova le sue abilità intellettive.
Il nemico da sconfiggere questa volta è il Prof. Moriarty, brillante matematico e spregiudicato criminale. Il film vedrà l’ingegnoso protagonista giocare una partita a scacchi con il suo avversario, che non si farà mancare colpi bassi e piani diabolici.

Sebbene la pellicola sia ben orchestrata e le vicende avvincenti, a parer personale penso che sia inferiore alla prima: l’uso scriteriato di scene in slow-motion, un Dottor Watson che interpreta l’amore omosessuale del nostro detective, la solita scenetta con il cane e l’incoerenza di alcune vicende portano a pensare che il film sia un Blockbuster puro e semplice.
Interessante è la trasformazione di Watson da dottore a “segugio” ed é quasi commuovente l’amicizia che lega i due protagonisti, legame che verrà esplicitato nelle ultime scene del film, dove la devozione di Holmes lo porterà a sacrificarsi per l’amico.

Infine, mi hanno contrariato molto le espressioni eccessivamente affettate dell’investigatore, che in più di una occasione ricorda Depp nei panni del celebre pirata.
Il film scorre piacevolmente e in nessun caso si dimostra ostico o noioso ed è per queste caratteristiche che potete preferirlo al classico “Natale a Giacarta”.
Andrea
When I look into your eyes there nothing there to see, nothing but my own mistakes staring back at me asking why..the sacrifice of hiding in a lie, the sacrifice is never knowing
LINKIN PARK - REANIMATION 
ANNO: 2002
GENERE: Elettronica/Nu Metal
Opening - 1:07
Pts.of.Athrty - Jay Gordon - 3:45
Enth E Nd - KutMasta Kurt feat. Motion Man - 3:59
[Chali] - 0:23
Frgt/10 - Alchemist feat. Chali 2na - 3:31
P5hng Me A*wy - Mike Shinoda feat. Stephen Richards - 4:37
Plc.4 Mie HÆd - AmpLive feat. Zion - 4:20
X-Ecutioner Style - feat. Black Thought - 1:49
H! Vltg3 - Evidence feat. Pharoahe Monch & DJ Babu - 3:30
[Riff Raff] - 0:21
Wth>You - Chairman Hahn feat. Aceyalone - 4:12
Ntr\Mssion - 0:29
Ppr:Kut - DJ Cheapshot & Jubacca feat. Rasco & Planet Asia - 3:26
Rnw@y - Backyard Bangers feat. Phoenix Orion - 3:13
My<Dsmbr - Mickey P. feat. Kelli Ali - 4:17
[Stef] - 0:09
By_Myslf - Josh Abraham & Mike Shinoda - 3:42
Kyur4 th Ich - Chairman Hahn - 2:32
1stp Klosr - The Humble Brothers feat. Jonathan Davis - 5:46
Krwlng - Mike Shinoda feat. Aaron Lewis - 5:41
Buy Myself (Marilyn Manson Remix) – 4:26 (Japanese Bonus Track)
Ok, molti di voi staranno pensando che sono impazzito a scrivere una recensione del genere, ma cerchiamo di mettere le cose in chiaro…credo che i Linkin Park siano una band di 6 giovani approfittatori: quando il nu-metal era in auge sono saliti sul carrozzone e ne hanno rappresentato il lato più melodico e commerciale, quando è finita la moda hanno virato verso un innocuo electro-pop, mantenendo la commercialità di fondo. Della loro prima produzione poco si salva: un primo album, Hybrid Theory, perlomeno decente, seguito da Meteora, già decisamente più morbido, un inutile Live in Texas e un orribile EP di mash-up con Jay Z, Collision Course. Incastonato tra il primo e il secondo album abbiamo Reanimation, un album di remix dei brani del primo album. Vi starete chiedendo che motivo ci sia per recensire un album del genere; la risposta è semplice: grazie alle sapienti mani dei DJ e dei musicisti che hanno collaborato, i remix brillano di luce propria rispetto agli originali, le stesse strutture dei brani vengono smembrate e ricostruite in un taglia e cuci spiazzante e imprevedibile, e inoltre il nu metal viene filtrato diventando un insieme di campionamenti declinati di volta in volta in modo da ricreare un’atmosfera diversa. Quello che si compie con l’ascolto è un oscuro viaggio in un futuro fantascentifico e cibernetico, freddo ma allo stesso tempo pieno di impreviste emozioni dietro la patina di metallo.
Paradossalmente gli episodi meno riusciti sono proprio quelli in cui ci si limita ad effettuare un semplice remix, come nell’iniziale, e primo singolo, Points of Authority, in cui le chitarre vengono semplicemente sostituite dall’elettronica. Altri brani invece vengono completamente stravolti, come In the End, il cui giro di piano viene sezionato e mandato a loop come base per un hip-hop sghembo su cui Mike Shinoda e Motion Man si alternano nel rappare, lasciando la melodica voce dell’altro cantante Chester Bennington nel ritornello, approccio replicato anche in High Voltage, che si fregia anche di un sample di trombe, o come per la ballata Pushing Me Away, praticamente un nuovo brano rispetto all’originale sia per testo che per musica, con cui condivide solo la malinconia di fondo. Altri brani vengono resi più cupi: Papercut presenta strofe inedite dominate da un sinuoso e inquietante giro di basso (supportato dal violoncello) mentre Forgotten ha un’atmosfera asettica e fredda, resa tale dalle basi e dalle voci filtrate. Sia questo che altri brani mostrano il riuscito mix di musica digitale e strumenti acustici come violini e piano, come per esempio With You, il cui remix supera di gran lunga l’originale, aperta da un arrembante “Come On” urlato a squarciagola da Bennington e chiusa in modo diametralmente opposto da un triste giro di piano. L’ascolto risulta piacevole anche grazie alla varietà dei brani, che vanno da tipiche song nu-metal rese anche più graffianti dai rapper ospiti, come A Place for My Head o By Myself (con guest alla chitarra Stephen Carpenter dei Deftones), a ballate pop tremendamente emozionali, come la lenta My December. In fondo all’album troviamo 2 degli episodi migliori: One Step Closer allungata e resa ancor più potente e dura dell’originale, grazie anche al featuring di Jonhatan Davis dei Korn, e la struggente Crawling, il cui tema era stato anticipato con il violoncello nell’Opening e dal piano nell’Intermission; dominata quasi totalmente dalla sezione d’archi, e con la partecipazione di Aaron Lewis degli Staind, si tratta di una chiusura morbida e quasi tradizionale per un album che fa della non-convenzionalità il suo punto forte.
Giuseppe “Norvegese” Rotunno
Monografia Metallica parte II: The Unforgiven
Chiusi gli anni ‘80 con 3 capolavori assoluti e un ottimo album, con l’unica bruttissima nota negativa della scomparsa di Cliff Burton, la decade che si apre vede i Metallica sul tetto del metal al pari solo di Iron Maiden e Black Sabbath. Gli anni ‘90 saranno però estremamente controversi per la band. Prima azione sarà l’ingaggio come produttore del canadese Bob Rock, che per i successivi 16 anni sarà in pratica il quinto membro della band, e la cui scelta avrà pesantissime conseguenze sulla carriera del quartetto.
Il 1991 vede la pubblicazione di un omonimo album, soprannominato, per via della copertina, Black Album. Il lavoro è una delle pietre miliari del rock del decennio appena iniziato, e primo scandalo per milioni di fans. L’album ammorbidisce in parte i toni violenti, il thrash metal viene ibridato con il rock tradizionale, in una miscela che sarà irripetibile sia per i Metallica stessi che per qualsiasi altra band. Se tantissimi accaniti sostenitori si sentiranno traditi da questa svolta “commerciale” (legata anche al fatto che il thrash era ormai in piena crisi, in favore del black e del death), l’album vende oltre 25 milioni di copie, diventando in breve il più venduto dalla band, facendo scoprire i
Metallica, e il metal, a tanta gente non appassionata o non ascoltatore abituale. Tralasciando le questioni sulla commercialità o meno, a parlare sono le canzoni, e da questo punto di vista il Black Album esce vincitore. Tra le 12 canzoni di cui è composto l’album troviamo alcuni dei capolavori della band, a partire dall’opener Enter Sandman: intro acustico, ritmo medio-lento e riff azzeccatissimo ed estremamente orecchiabile (ma anche ruffiano), capace di rendere ascoltabile una canzone che altrimenti non lo sarebbe quasi per niente. Sad But True è un altro gran classico, anche per il celeberrimo riff molto doomish, mentre Wherever I May Roam, aperta da un’atmosfera che profuma d’oriente, è un’ennesimo atto d’amore alla vita on the road. Paradossalmente meno convincenti sono proprio i brani più canonicamente metal, Holier than Thou, Through the Never e Don’t Tread on Me, in cui il riff iniziale cita America dello spettacolo West Side Story, e il cui titolo è riferito (come il serpente in copertina) alla Gadsden flag. Altri pezzi da 90, e croce e delizia dei fans, sono le 2 ballate: The Unforgiven parte con le chitarre acustiche e un’atmosfera western, ma è dominata nelle strofe dalle elettriche, che inscenano un triste melodia, supportata dal testo estremamente toccante; si scende di livello nel ritornello, con il ritorno dell’acustica; il singolo più famoso dell’album è però Nothing Else Matters, in cui la band si avvale anche dell’ausilio di un’orchestra, ed è forse la prima “vera” ballata della band; ogni residuo metal scompare, a parte nell’assolo in cui torna a ruggire la chitarra di Hetfield. Altro ottimo brano, Of Wolf and Man parla del ritorno dell’uomo alle origini, attraverso la metafora del licantropo. Prima della chiusura con la tirata The Struggle Within troviamo 2 brani più lenti, in cui il basso di Newsted la fa da padrone: The God that Failed, in cui Hetfield mette a nudo i suoi contrasti con la religione, e la più lunga canzone del lotto, My Friend of Misery.
Se aveva perso una parte dei loro fan di vecchia data, la band ne ha trovati moltissimi altri, e il tour di supporto all’album dura, con alcune brevi pause, fino al
1994. Testimonianza di questi mastodontici tour in giro per il mondo è il primo live, intitolato Live Shit: Binge & Purge. Si tratta di un triplo CD e tripla VHS (in seguito doppio DVD) che immortala ben 3 concerti: i cd sono estratti da concerti effettuati a Città del Messico nel 1993, i video da 2 concerti a San Diego nel 1992 e 2 a Seattle nell’89. Stiamo parlando di un’opera di ben 172 minuti solo per i CD, in cui la band dimostra, se ce ne fosse bisogno, il suo stato di grazia dal vivo: ogni canzone è eseguita perfettamente, e non mancano l’intro storica di tutti i concerti, The Ecstasy of Gold di Morricone, momenti di improvvisazione solistica di tutti e 4 i membri, 10 minuti di medley dei brani di …And Justice for All, svariate cover e una Seek and Destroy allungata a oltre 18 minuti. La band è logora, in particolar modo le corde vocali di Hetfield, che inizia a prendere per la prima volta lezioni di canto, ma non paga si rituffa nello studio. Da queste sessioni di registrazione verranno fuori quasi 30 canzoni; nessuna di queste viene scartata e, anzi, all’inizio l’intenzione della band è di pubblicare un mastodontico doppio album. Per fortuna alla fine si sceglie di pubblicare 2 album separati distanziati da un anno.
La prima parte, intitolata Load, vede la luce nel 1996. Per tutti i fans dev’essere sicuramente stato uno shock ancora più del Black Album, a partire già dalle foto: capelli corti, giacche di pelle nel migliore dei casi, Ulrich e Hammett con il trucco sotto le palpebre e quest’ultimo con un piercing sul mento e le unghie smaltate. A peggiorare la situazione ci pensa poi la musica: mandato in cantina il metal la band si sbizzarrisce tra hard rock, blues, folk ed accenni country. L’unica cosa che fa ricordare che questi Metallica sono stati il miglior gruppo thrash metal sono la produzione e i suoni, estremamente potenti e compatti, molto più delle tipice produzioni hard rock. Al di là dei gusti personali è sempre da ammirare il coraggio della band, che una volta trovata una formula, quella del Black Album, estremamente redditizia, la abbandona per cercare nuove strade. Oltre a buona parte dei fans, la band perde inoltre il rispetto per l’ascoltatore: nessun album della band scenderà d’ora in avanti sotto i 70 minuti. A parere di chi scrive la qualità media dei 14 brani dell’odiato e bistrattato Load è di gran lunga superiore a quella del molto più osannato Black Album, e pecca solo nell’assenza di singoli d’impatto. Non tutto ovviamente è allo stesso livello: brani migliori sono l’opener Ain’t My Bitch, sulla cui falsariga si muoveranno buona parte dei brani, in cui si nota da subito l’alleggerimento del suono e la vena bluesy delle chitarre, così come la voce più educata di Hetfield, la cupa Until It Sleeps in cui viene fuori una vena quasi dark, e in cui è palpabile il dolore, amplificato dal testo, dedicato alla morte della madre di Hetfield, stesso tema della ballata Mama Said, un piccolo e pregevolissimo gioiello folk; altra ballata è Hero of the Day, più leggera e tendente al pop da classifica, anche se il finale è decisamente più movimentato. Non mancano certo le sorprese, come l’assolo di talkbox di The House Jack Built, il riff quasi stoner di 2 x 4 o le tastiere che impreziosiscono il capolavoro dell’album, Bleeding Me, 8 minuti in cui la band sperimenta sonorità prog/psichedeliche settantiane, ripetute anche nella lunghissima (quasi 10 minuti) e conclusiva The Outlaw Torn. Il resto dei brani ha momenti sempre di buon livello, e le cadute di tono sono veramente poche rapportate alla durata totale dell’album e al numero di brani.
A un anno di distanza esce il secondo capitolo del progetto, Reload, un altro monolite di oltre 75 minuti. Essendo canzoni scritte e registrate
contemporaneamente a quelle di Load, c’è poco da aggiungere sotto il piano musicale. La sensazione predominante è che però i Metallica abbiano sfruttato buona parte degli episodi migliori nella prima parte, dato che il lavoro non è all’altezza del predecessore, e le canzoni sono mediamente di valore minore. L’inizio dell’album però inanella quattro centri consecutivi: l’anthemica e adrenalinica Fuel, uno dei brani più famosi della band, The Memory Remains, canzone il cui testo si rivelerà profetico per il futuro della band e che vede come ospite Marianne Faithfull, l’oscura e sulfurea Devil’s Dance e, a sorpresa, The Unforgiven II, brano del tutto speculare alla prima canzone del Black Album: mentre The Unforgiven aveva strofe cariche e ritornello melodico, The Unforgiven II presenta strofe calme, mentre il ritmo sale di tono nel ritornello; eccezionale quest’ultimo, nella cui testo Hetfield canta “so I dub the unforgiven too”, giocando con l’assonanza tra “too” e “two”. La parte centrale dell’album si perde tra canzoni che sono tra le meno interessanti dell’intera carriera della band (si salva solo Slither), ma fortunatamente arriva Where the Wild Things Are a risollevare le sorti del lavoro: brano atipico, con un ottimo e malinconico tema portante e uno sviluppo del brano che ricorda vagamente i Tool. Segue Prince Charming, in cui si tenta quasi un ritorno alle origini, senza però avere la grinta e il mordente dei tempi che furono. A rendere meno monotono l’album ci pensa Low Man’s Lyric, ballata per chitarra acustica, percussioni, violino e addirittura ghironda (strumento medioevale a corda): esperimento estremamente rischioso, ma dal buon risultato. Tornano le atmosfere dilatate e psichedeliche nella lunga conclusiva Fixxxer.
Quando le critiche alla coppia di album non si sono ancora interrotte, la band a
sorpresa riapre il garage di casa Ulrich a 11 anni dall’ultima volta. Garage Inc., pubblicato nel 1998, è una sterminata raccolta di cover in 2 cd. Il primo raccoglie tributi registrati nel ‘98 appositamente per l’album. Sembra di sentire un’altra band rispetto a quella di Load/Reload: le chitarre tornano a ruggire e la batteria a pestare in brani come Free Speech for the Dumb e The More I See degli hardcorer Discharge, It’s Electric dei sempre amati Diamond Head o i Misfits di Die, Die my Darling; sorprendente invece Mercyful Fate, medley di 5 canzoni dell’omonima band danese (Ulrich evidentemente non dimentica le sue origini). Il resto delle canzoni è più in linea con lo stile dei precedenti lavori, tra i Black Sabbath di Sabbra Cadabra, la divertita Whiskey in the Jar dei Thin Lizzy, Astronomy dei Blue Oyster Cult che perde il confronto con l’originale, Turn the Page di Bob Seger, altro inno d’amore verso la vita on the road e Tuesday’s Gone dei Lynyrd Skynyrd registrata dal vivo nel ‘97 con formazione allargata ad altri 7 elementi, tra cui Pepper Keenan dei Corrosion of Conformity, Jerry Cantrell degli Alice in Chains, Jim Martin dei Faith No More e Les Claypool dei Primus. Completa il primo cd il brano meno a tema, Loverman dei Nick Cave and the Bad Seed, a seconda delle opinioni pallosissima o stupenda. Il secondo CD contine invece brani già editi. Viene ripubblicato intatto l’EP del 1987 con le sue 5 canzoni, seguono 2 brani direttamente dall’84 (e quindi con Cliff Burton al basso), Am I Evil? dei Diamond Head (che si conferma anche nella cover una delle migliori composizioni hard rock di sempre) e Blizkrieg dell’omonima heavy metal band. Seguono poi una serie di B-sides degli anni ‘88-‘91: una superba Breadfan dei Budgie, svecchiata dalla patina anni ‘70 dell’originale, The Prince, ennesima cover dei Diamond Head, Stone Cold Crazy dei Queen (ennesima dimostrazione di come i 4 sapessero alla perfezione quali sono le origini della musica che suonavano), l’ignorante So What dei punkers Anti-Nowhere League e Killing Time della band NWOBHM Sweet Savage. A chiudere troviamo 4 cover, registrate dal vivo nel ‘95, della band a cui più di tutte i Metallica si sono ispirati (insieme ai Diamond Head), i Motorhead: è un quarto d’ora di puro rock’n’roll spaccaossa, un muro sonoro capace di buttar giù il palco; Stone Dead Forever è l’esecuzione più anthemica.
Se Garage Inc. cercava quasi una tregua con i fan di vecchia data, facendo vedere che i Metallica non avevano scordato le loro origini, il successivo live creerà
una frattura insanabile: S&M, registrato e pubblicato nel 1999, mette in atto un’idea nata in origine dalla mente di Cliff Burton, l’unione del metal con la musica classica. L’idea, certamente originale negli anni ‘80 ma non nuova ormai alle soglie del 2000, viene realizzata grazie al maestro Micheal Kamen (già collaboratore in Nothing Else Matters) e la San Francisco Symphony Orchestra. La coraggiosa proposta non si limita a riarrangiare i brani lenti, ma tenta di musicare anche i grandi classici degli anni ‘80. Purtroppo è soprattutto nei brani più veloci che il connubio non riesce: Fuel, Enter Sandman, Battery suonano appesantite dagli arrangiamenti orchestrali, il furore originario ne risulta soffocato, mentre Master of Puppets si salva solo grazie alla melodica parte centrale. Va meglio con i brani più lenti e drammatici: i brani di Ride the Lightning (non a caso il più epico dei primi 4) sono tra i migliori, con The Call of Ktulu che suona come una colonna sonora di un film fantascientifico e For Whom the Bell Tolls resa ancora più esistenzialistica. Va meglio con i brani più recenti, da Hero of the Day a The Memory Remains cantata in coro con il pubblico, da Sad but True e Devil’s Dance (i brani più lenti e cadenzati) alle psichedeliche Bleeding Me e The Outlaw Torn. Vengono proposti inoltre 2 discreti inediti, No Leaf Clover e Minus Human.
Nel 2000 viene pubblicato un buon inedito, I Disappear, nella colonna sonora di Mission: Impossible II. La band scoprì che un demo della canzone era stato posto, insieme con tutta la discografia, in download illegale sul sito p2p Napster. Il quartetto, in particolar modo Lars Ulrich, intentò un’azione legale contro il sito e alcune università statunitensi che avevano permesso il file-sharing. Dopo un anno di controversie legali oltre 335 mila utenti furono bannati dal sito. Questo evento creò un’ulteriore frattura tra i fans e la band, considerata ormai legati solamente al denaro (esemplare la storpiatura del nome di Ulrich in Lar$). Ma il peggio doveva ancora arrivare..
Giuseppe “Norvegese” Rotunno
Air Control

Quanti di voi hanno sempre sognato di diventare un controllore del traffico aereo? …Nessuno? Beh, in realtà non è mai stato neanche il mio sogno nel cassetto, ma questo non mi ha impedito di divertirmi un sacco con Air Control, puzzle-game disponibile per Android ( sia gratuitamente che in versione completa a €1,99 ).
Il gioco, appunto, ci metterà nei panni di un controllore del traffico aereo e il nostro compito sarà quello di direzionare gli aerei e gli elicotteri verso la loro pista d’atterraggio. Per lo schermo infatti sfrecceranno vari tipi di aerei, alcuni più veloci di altri. Premendo su uno di questi, lo selezioneremo e poi dovremo tracciare una linea per direzionarlo verso la pista giusta. Semplice, direte voi. Certo, per i primi 3 minuti forse, quando ci troveremo davanti ancora una situazione del genere:

I veri problemi inizieranno quando avremo una decina di aerei / elicotteri contemporaneamente sullo schermo e dovremo evitare che si scontrino l’uno con l’altro, come invece è tragicamente accaduto qui:

Il gioco salirà sempre più di difficoltà, aumentando il numero di aerei sullo schermo e anche diminuendo il tempo tra un’ondata e l’altra, fino a quando non arriveranno praticamente a getto continuo. Ora non vi sembra poi così facile, eh?
Il gioco nella versione gratuita vi mette a disposizione le due mappe che vedete in queste immagini, mentre nella versione completa ne avremo altre due, tra cui una porta aerei e una molto carina, che fa un tuffo nel passato mettendoci al comando di dirigibili e aerei d’epoca.

Orsù, correte anche voi a scaricare questa fantastica app. Il mio record qui è 62, e il vostro?
Silvia Wonka
The tourist

Titolo: The tourist
Regia:Florian Maria Georg Christian Graf Henckel von Donnersmarck
Cast:Depp,Jolie
Paese:Usa
Durata:103 min
Genere:Thriller
Anno:2010
Se in un passato non troppo lontano l’eclettico Johnny Depp e la problematica Angelina Jolie erano additati come professionisti dal futuro radioso, mi dispiace a distanza di anni constatare che l’unica cosa radiosa a cui sono approdati è un cachet multimilionario immeritato.
Depp, che ha mancato in più di un’occasione la possibilità di impugnare la statuetta dorata, se continuerà ad accettare ruoli tanto miseri penso possa star certo che l’unica premio che ritirerà sarà in tarda età ed alla carriera: insomma un contentino.
D’altro canto la Jolie, vincitrice per l’interpretazione in Ragazze interrotte, se continuerà a sfoggiare il suo bel faccino disinteressandosi del fatto che dovrebbe come minimo recitare a breve sarà dimenticata e sfiorirà come la sua bellezza.
Perché tediarvi? Faccio questa noiosa e spregevole introduzione per vendicarmi del fatto che la loro ultima collaborazione - The Tourist - sia un inguardabile pellicola, stupida e mal interpretata.
Il regista ed i produttori avranno pensato che mettere insieme due nomi famosi, una location affascinante come Venezia ed una fotografia all’altezza potesse fare la loro fortuna, ma come può un prodotto tanto mediocre poter fare breccia nel cuore o nell’attenzione di qualsivoglia persona?
La mancanza di contenuti è tanto evidente quanto il fatto che tutte le comparse indossino la giacca e la cravatta ( è possibile che anche il barbone indossi un Armani nero?), e che siano stati ingaggiati attori italiani per interpretare ruoli stupidi e stereotipati.
Ogni fotogramma della pellicola trasuda menzogna: il treno in cui la nostra bella Jolie incontra il barbuto Depp, la rappresentazione del commissario (De Sica) che entra in scena con un espresso in mano, vestendo un abito sartoriale e prendendo una mazzetta, fino ad un portiere (Neri Marcorè) che deve pronunciare :”i soliti americani”.
Non basta fare riprese panoramiche della laguna per rendere credibili i fantasiosi avvenimenti che provano a spacciare per storia, non basta mettere il cattivo spietato e dall’accento russo per farci fremere dalla paura, non basta far ammiccare la Jolie ad ogni inquadratura per destare il nostro animo dallo sconforto.
Indubbiamente il film ha una componente visiva piacevole, ma esclusa questa unica nota piacevole la trama, la caratterizzazione dei personaggi, i dialoghi sono una vera porcheria.
Il film, che è uno disgraziato remake di una pellicola francese del 2005, è stato una delle più imperdonabili forme di spreco di tempo.
Andrea